Il Risorgimento di Maurizio Isabella



 

Ricordare Foscolo
ma non dimenticare gli esuli in patria

di GIUSEPPE GALASSO


Per Cattaneo,  il Foscolo,  quando, caduto Napoleone,  non volle più stare a Milano tornata agli austriaci e andò via dall'Italia senza più rientrarvi, «diede all'Italia una nuova istituzione: l'esilio». Ciò non era molto esatto sul piano dei fatti.
L'esilio politico era già stato ben conosciuto in Italia negli anni della rivoluzione francese e di Napoleone. Tuttavia, Cattaneo aveva ragione. La decisione di Foscolo marcò effettivamente il passaggio a un nuovo tipo di esilio politico. Tutti i caratteri del fenomeno dell'esilio nel periodo precedente furono trasformati e trascesi dai suoi sviluppi dopo il 1815.
Il lavoro di Maurizio Isabella Risorgimento in Exile. Italian Émigrés and the Liberal International in the Post-Napoleonic Era (Oxford University Press) ne dà conto come finora non si era fatto. Il suo sforzo è stato, infatti, quello di considerare gli esuli italiani in vari Paesi non come individui che ruminano lontano dalla patria l'erba del «natio loco», magari rimestando anche fra loro i crucci e le ire delle vicende che li avevano portati all'esilio.
Egli li ha considerati, invece, come interlocutori del grande dibattito politico-culturale in corso in Europa e in America ai loro giorni sui temi della nazione, della libertà, della democrazia. Ne risulta una cultura italiana tutt'altro che provinciale e rinserrata nei più o meno fiorenti campi delle vecchie tradizioni patrie. La percezione che se ne trae emerge nei profili tracciati da Isabella: Foscolo, innanzitutto, ma anche Santorre di Santarosa, il Pecchio, il Salfi, l'Attellis e altri che per convenzione sono considerati «minori», ma che non sono meno significativi dei «maggiori».
Tutti andarono non solo in esilio, ma anche spesso a battersi per le dee nazionali e liberali in Europa e in America. Naturalmente, ci si aspetterebbe che nel volume campeggiassero le due figure più
eminenti di esuli risorgimentali, e cioè Mazzini e Garibaldi. Ma all'intento di Isabella risponde bene quel primo tessuto di vicende parallele da lui studiato, che configura la vocazione e il destino della generazione immediatamente post-napoleonica. Già, infatti, ne emerge il volto europeo e moderno del Risorgimento come compartecipe e costitutivo delle grandi correnti ideologiche e politiche del tempo, per cui non a caso gli esuli tendevano a scuole diverse di pensiero e di sentire: dai moderati alla Foscolo ai più democratici, ma sempre in un'aura di cosmopolitismo e di ideali di solidarietà dei popoli e di apertura all'altro, sul piano sia nazionale che culturale. Un risultato importante di tutto ciò è che nel farsi della tradizione risorgimentale si eclissa la figura del giacobino Buonarroti, dominante negli studi sull'argomento specie nella fase della prevalenza marxistica o paramarxistica in questo campo, e cresce la figura del Lafayette, cara alla liberaldemocrazia europea e americana. E in tal modo si prepara anche la via (credo) a intendere che la finale soluzione risorgimentale in senso, appunto, liberale, ha radici più lunghe di quanto non si pensi. Un libro serio e importante, dunque, e scritto con una passione evidente quanto le meditate convinzioni che vi sono affermate. Su un punto, però, non lo si può seguire. Per l'autore, nel Risorgimento l'idea di nazione e l'identità nazionale italiana furono opera degli esuli; e non è, forse, necessario dilungarsi qui su di ciò, ma va detto almeno che l'identità italiana è ben più antica del Risorgimento, e che furono i gruppi e le personalità che si agitarono per mezzo secolo in Italia a dare a quell'identità la sua finale configurazione risorgimentale. Pur importante (e Isabella lo dimostra), il contributo degli esuli non può surrogare il robusto tronco dell'elaborazione in patria. E proprio per ciò aggiungerei che contano di più nello stesso senso non tanto gli esuli all'estero, ma quelli all'interno, da uno Stato italiano all'altro. La Firenze della Restaurazione e, molto di più, la Torino del decennio cavourriano contano, in questo senso, anche più di Parigi o di Londra, come fucine di quegli stessi valori che Isabella pone bene in rilievo, e che ormai è desueto ricordare come «valori del Risorgimento».


primo a destra "Maurizio Isabella"