Pabuda e Marco Peressi
a.k.a. Pabuda (Paolo Buffoni Damiani) e Marco Peressi

 

 

Il guaritore Pabuda – di Mark Adin

Un privilegio ha il suo costo: caldo amazzonico e aghi volanti, le zanzare che ci fanno un baffo, specialmente a chi scrive, abbandonato al gorgo di vibrazioni provenienti dalla parola di Pabuda e le note che ti si aggrappano come artigli di gatti randagi in amore.

Munoz e Sampayo intanto si incarnano in Alack Sinner. Peccato che tutto sia visto a colori.

C’è molto tiro, il tamburo sintonizza i battiti cardiaci, siamo subito presi: semplicemente vudù.  Jimi Hendrix, voodoo child, marca presenza. “Les Enfants du Voudou” suonano privi di stupide innocenze e ti convertono al ritmo più nero senza che ci si possa opporre. Birignao esenti.

Pabuda è ora un bimbo fatto di luce, una lampadina umana che si guarda intorno, non gli piacciono i suoi occhiali, forse perché non li vede. Paolo affonda però nei cuori, li trafigge con frecce sonore di precisione, ci guarda uno a uno, come sa fare l’entertainer scaltro e poeta. Ascoltiamo perduti.

C’è amore nell’aria, c’è festa. E rispetto, dignità, urlo, rivoluzione.

Legge qualcosa, Pabuda, ecco lo sta cesellando di accenti, stretto tra sassofono e tromba con maliziosa sordina. Una pitonessa austriaca ci ammaestra di umanesimo contemporaneo, dice per bocca del sacerdote poeta, posseduto dai suoi versi puntuali, che il migrante cammina, si sposta. Per questo impara e detta la storia a coloro che per paura son fermi. Quelli tentano di bloccare i fratelli che si muovono. Sono queste due faglie telluriche, il flusso inarrestabile dei migranti e la inutile arcaica trincea degli impauriti, bloccati dal terrore, che originano il terremoto.

E’ una immagine perfetta: un popolo fermo, impigrito, bloccato, terrorizzato di essere rimesso in marcia dalla storia, biologicamente vecchio, sterile; e un nuovo popolo vitale, procreativo, magro e incazzato che con il sangue e la fatica irrompe nel mondo per fecondarlo ancora e tentare di rimettere in moto il Pianeta.

Esemplare la storia di Paolo Buffoni Damiani che, colto ingiuriato da ictus, malattia che scaglia immobilità e paralisi, proprio dall’ictus viene invece rimesso in moto, rinnovando la sensibilità, fecondando il suo io, arando come un vomere chirurgico le anse cerebrali, sollevando zolle neuronali, regalando una vita diversa e inattesa. Non c’è pena a guardare il braccio ritorto come un vecchio ramo d’olivo, emana una luce fortissima. E’ lui,  Pabuda, il guaritore, che fa gesti vocali solenni: noi gli portiamo le nostre infermità fatte di anime miseramente bloccate, lui le guarisce con la semplicità di uno sguardo. E Todo Cambia. Siamo costretti a ballare, siamo agiti dalla tarantola, la spina dorsale può schioccare come una magica frusta, dervisci metropolitani.

Ma non è solo opera sua. C’è un coro di artefici che suona le congas, i tamburi, un uomo percuote il basso ma forse è il tavolo di una taverna, quell’altro non ha in mano una chitarra,  è un serpente che si contorce sibilante. Ossa e flauti suonano nelle nostre orecchie. Fiesta.

Le anime di mille Jazzisti stanno scendendo come Spirito Santo sulle nostre teste rotonde. E’ Pentecoste al Corvetto?

Vorrei essere veloce come un cronista sportivo per non riprendere fiato nel riferire le sensazioni che provo. E su tutte una: la commozione nell’ascoltare parole che non udivo da anni. Non sono solo quelle di Paolo, ma di alcune compagne di strada, amazzoni della contemporaneità, donne che sanno insegnare la ribellione ai loro uomini, che tracciano strade. E’ ritornata la voglia di vivere, nella sua forma più alta.

Mark Adin

“Verso Qualcosa”  di Paolo Buffoni Damiani (Pabuda) – Una trentina di neuropoesie e tre storie brevi – Milano 2011 – 15 euri molto ben spesi

 


Pabuda al "Conchetta"