Se facciamo del cuore una conchiglia vuota, vi sentiremo il mare, ma forse potremo ascoltare una musica mai udita dalle nostre orecchie, e neppure dalla nostra anima.

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Fatale è che lui si innamori, perché lei è bella e la sua bellezza non si perde nella banalità dei luoghi e delle circostanze. Lei lo ricambia d’istinto e senza riserve. E’ un amore tamarro, lontano dal cielo.

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Ma allora tutto è davvero possibile, nelle maglie di un piccolo sogno.

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Ripartono. C’è una strada fatta di silenzi e rotatorie illuminate dove ti aspetti che appaiano fantasmi.
Incrociano un paio di camion, li sorpassa un auto, lanciata ad alta velocità, che presto scompare.

La notte deve ancora venire: scelgono il ciglio di una strada appartata, che immette in un castello di pioppi,  per fermarsi e fare ancora l’amore.

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Più in là anche Milano sogna dire fare baciare il suo cielo, quando dio ne alza il coperchio e mette giù il sole, e da sotto le nuvole escono insetti a motore dalla corazza lucida che brulicano sulle sue strade. Processioni di gente che non si conosce, omologata in Missoni ed Armani e altre griffes di fortuna, scarpinano sulla sua pancia fredda di città nell'Europa .

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Appaiono nuovi cantieri, che divorano spazi, da cui si alzeranno nuovi alti edifici. Erigere, erigere. Milano non ha problemi ad erigere. Nessun problema di erezione.

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D'improvviso viene la sera, non quella sotto il cielo, quella sotto la pelle, le si rompono tanti piccoli soli, le si oscura la voce, l'ultima rimasta, quella che gorgoglia nella gola quando serve per chiedere aiuto.
Paulette prova ancora quel senso di nausea nella coscienza, il vuoto di sé, il silenzio dello stesso silenzio.

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Quella notte, quella di cui riferisco al presente, dalla Terra alla Luna c'è una strada di luce irradiante. Pallida trascolorata fatta e non fatta del vuoto più trasparente, indifferente e irridente alla fisica, più incline a esser creduta dalla matematica fine e sapiente. Milo e Cirano,  per mano come due musulmani, procedono come viaggiatori antichi con grande rispetto del Mondo, con passo più leggero di un alito di ragazza, con la gioia sottile e curiosa di chi dimentica la disperazione d'origine, angeli come angeli, fine.

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Era il mese dei cimiteri e mi sentivo morto e dimenticato. Immaginavo che tutti mi avessero dimenticato, per sempre, bandito dalla memoria con una specie di marchio d'infamia. Crebbe in me l'angoscia di non essere mai stato visto, o udito, o toccato; di aver fino ad allora percorso la strada della vita come un fantasma invisibile, che non merita l'ombra. Forse non avevo mai vissuto, non ero mai nato. Mi aspettavo di guardarmi allo specchio e non vedervi sembiante alcuno, neppure i contorni, neppure il mio corpo come scatola vuota.

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C'è una tavola lunga come quella di una pubblicità e tutti che mangiano, e a turno gettano qualche uomo o qualche donna tra i fiaschi e le coche, o bambini. Li mangiano e ruttano forte, e ne sputano i desideri ai cani che ci si avvelenino. Merda! Tutto diventa merda quello di cui mangiamo. E poi giù per il buco del culo. Anche le anime, come le oche, i soufflé, le verze bollite, gli occhi, le corna, le preghiere e gli eccessi, le mandorle fritte, i gatò.

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Milo non è più lui che cammina, è un fantasma portato dal demonio a incontrare la sua ossessione. Sono a pochi metri.

Un colpo secco, sonoro e limpido spacca l'aria e riapre il respiro di tutti.


Il benevolo parere di un "collega"
(Sebastiano Vassalli)

 

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