Capitai da loro per farmi prestare il ferro da stiro, un pomeriggio di domenica. In casa era sola, venne ad aprirmi e parve seccata. Poi con un gesto largo mi indicò il divano e mi si sedette davanti. Aveva una di quelle gonne che le donne mettono solo in casa, perchè non sono più di moda. Nel portarle durante il lavoro domestico, oppure accucciate davanti al televisore, il tessuto liso cede un pochino sui fianchi, segue le forme, si adatta alla persona, ovvero al suo corpo, con quello che segue. Indossa anche un gilè di Falco, messo al contrario, di lana, col collo a "V" girato di schiena. L 'avevo probabilmente interrotta mentre si stava truccando, perchè gli occhi erano stati appena fatti, ma nè una traccia di fard o di rossetto appariva sul viso. Allora portava ancora i capelli corti, alla maschietto, come quell'attrice francese di cui non ricordo mai il nome. Ci guardammo senza sapere che dirci. Silvana m'era sempre passata come la moglie di Falco, voglio dire come un suo complemento, e mai ci sarei arrivato da solo. Parlò di noia e di solitudine, vidi meglio il suo corpo, ne avvertii a sorpresa il calore. Era viva, del resto mai mi era parso il contrario, era viva e vitale e soprattutto spudoratamente femminile. Non mi guardava negli occhi, girava piano la testa per incontrare la luce del sole che veniva dalla finestra. Reclinò il capo leggero, appoggiandolo a un braccio che aveva steso sulla spalliera del divanetto, e tirando a sè le gambe piegate con l'altro, si raggomitolò su di un fianco. Offriva alla vista parte del suo collo e un piccolo tratto di schiena. Non seppi fare altrimenti, alzandomi, che andarle proprio davanti, quasi a ridosso, e starmene immobile a guardarle le spalle che marcavano il suo respiro con movimenti sincroni e leggermente più evidenti di attimo in attimo. Mi accorsi che anch'io respiravo più forte, e potevo udire chiaramente il mio ricambio di fiato. Bastò appoggiare una mano sul collo perchè lei la premesse più forte con la sua, avvertendomi, con un piccolo suono che le uscì di bocca, che il respiro non era più inibito e compresso.
Lo facemmo lì.
Angelo era ancora stonato, dolente ai gomiti e alle ginocchia, stanco e le gambe molli, quando riuscì ad articolare la prima frase del dopo:
-Non mi credevo che eri così puttana -
E gli venne fuori con garbo, senza una punta di cattiveria o malizia, accarezzandola piano. Silvana era contenta negli occhi e lo guardava, felice come un bambino il giorno della prima comunione. Poi si rimise le scarpe.

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