Spartaco il canarino frullava le ali.
Tanto per cominciare avrebbe ucciso tutti i camionisti sulla statale per Genova.
Avrebbe volato radendo i pennacchi di scarabocchi in alta uniforme, avrebbe fatto correre la sua ombra a forma di croce sui tetti e sul piano: un aquilone al contrario.
Pensava di farlo, mentre oscillava sull'altalena un pò rimbambito dal caldo.
Entra Gesù.
Vestito da Gatto.
Se lo mangia in quattro e quattr’otto.
Fa un rutto.
Peccato per Spartaco. Era bello nel suo giallo.

 

 



 

 

Sdadadèra era una cosa così, solida efficace prontalluso eccola: per un capo si poteva dare di bocca, l'altro scongiurava pericoli e vari, snocciolava e sbuffava di rado ma forte traeva consigli e faceva specie come fare l’oracolo dettava condizioni testamentali e si impuntava nel dire l’osanna soltanto per sé. Come fare a rincorrere vecchie scassate speranze di poveri noi: così si tuffava nel proprio buio, incurante del senno di poi, incazzato brutto, apriva il suo cuore soltanto su pagine rotte di un vecchio "Playboy". Allora scendeva la manna dal cielo, si posava piano, faceva tappeto alla fiera dei dubbi, ubriacava l'amore. Non potendo far altro languiva e prendeva del tempo per sé

 

 



 


Scrivere, scrivere, come uno che non se ne accorge. / Come se gli occhi non dessero un brutto vestito / di gesso / a quello che vedo.

 

Caramelle nella notte, pensavamo se c’era un motivo. Cercavamo il modo giusto, come contattisti sull’Etna, di sentire le voci, soltanto quelle (senza vedere  procedere a noi la madonna magari coi capelli turchini). Una notte di città

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ci rideva incontro e muoveva i suoi burattini. Niente diceva più. – Se c’è tutto possiamo partire.

 

Ricordati, mi hai promesso me l’avresti letto in francese di Arthur R. “… on se sent aux lèvres un baiser / Qui palpite là, comme un petite bète…”

 

Sulla strada due giapponesi senza macchina fotografica,

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vale a dire di stanza. Stabiliamo per comodo ci sia un prima e un dopo. Prima gli unici asiatici erano tre sessatori della Hubbard; dopo sono designers (assai più degli omologhi veneziani o tarantini), musicisti, artimarzialisti, entreneuses. E nessuno si accorge che vie del centro pullulano di coreani e cinesi?  (!!!)

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E così snocciolando andavamo, dritti di desiderio, per queste stradine di notte, dove al massimo si incontrano tipi con le Palmira in hot-pants che fa così bene gli occhi di triglia e ci manca solo Aznavour. Io non riesco a montare il grandangolo, 24 mm, Nikon, bella bestia; e Tato mi guarda un po’ come fa la gallina.

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Perché qualcuno ha spogliato una fila di alberi della loro corteccia non si capisce e comunque lì sotto c’è uno sulla panchina che rantola con tre metri di lingua di un altro infilata nel gozzo.

 

Chissà se ci sono i Motels al di là si Trieste / ci avete fregato / che cosa ci resta ora / che siamo fritti / mi veniva da dirtelo sai / mentre pensavo al “Lunario

 

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del paradiso” / avvelenatosi tutto da solo / sullo scaffale.

Gli altri si acquattano di dietro alla posta, in crocchi che sono piccole lune. Il cinema a luci rosse stantuffa, stordisce, forse un pochino stanca la gente, però sa ben farsi riamare. Un piccolo demonio-puffo che come contenitore funziona. Tato butta fuori di tasca un miniregistratore e lo spegne per manifesta

 

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incompatibilità, come se fosse un divorzio.

Finalmente l’america! Dove si può restar soli e non avere paura. Paura, faccio un rapido calcolo quanti Bit di informazione implica la parola –paura-. Paura di cosa.

Sono pronto per il salto nell’iperspazio. Rompo di netto una gamba alla malinconia per stare più

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addosso al secondo pilota. Si parte come quando si è ragazzini per il primo campeggio: annegando Orzowei dentro a un blues. E tenendolo sotto.

 

Tato e chi scrive si guardano sempre; che se non fosse la notte a gridare “a me gli occhi” deciderebbero ora non c’è niente da dire. Ma siamo tutti bravi ragazzi, cresciuti sui tetti, forse di sbieco, ma disposti anche a

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vivere. C’è uno che dice chi scrive è triste chi gioca a pallone no. Io ricordo soltanto i guerrieri di Omero eran gran finocchioni.

 

Dalla prefettura giungono ordini perentori: chiudere le imposte e giocare col telecomando, e che ci stia bene. In particolare: portare le cocorite in cantina.

 

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Ma sarà una città o un ammazzacristiani questa polpetta dove faccio prezzemolo? Guglielmo nudo che urla –Milena!-

C’è un gruppo di case si chiamano Sabra e Chatila, e ci stanno di tutti. Con certi oblò così spalancati che sembrano sessi. Hanno le scale larghe , e gli ascensori guidati dai figli più piccoli di profughi del tempo loro. E allora come si fa, dico io,

 

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a non urlare in faccia al garzone di macelleria – Schifoso!! Che guadagni di più del tuo sindaco! –

 

Il Gattopardo chiude alle due. Ma uno può ben continuare a tirarsi anche solo, bell’in mezzo a una strada. Oppure può andare nel nait, dentro a una vacca terzo mondo ubriaca. Meglio di un Luna Park. Infatti: C’è il tiro al bersaglio con fotografia,

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antro delle streghe e la simpatica giostra che si conosce tutti come “calcio in culo”.

 

Mai capito perché non si fanno cartoline di Novara di notte. Dico di notte intendo schiacciati dai muri nelle stradine a coltello. Panorama della stazione con animali notturni. Parco naturale dell’ allea con animaletti in via di erezione, Nottuli in bicicletta ed

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ubriaco che ruzzola sulla strada di casa. Giovane tossico come in un pub inglese al gioco delle freccette mentre scaglia siringa sporca contro albero di viale. Donna delle pulizie intenta a detergere vomito in adiacenza pizzeria. Ramon. Tiepidi scavezzacolli che si ricordano tutti alla stessa ora dell’amico morto a Natale. Mogli e buoi. Mai capito perché non si fanno le cartoline di Novara di notte.

 

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Gladiatori notturni, ecco sì, gladiatori notturni. Così diceva un veterano della guerra di liberazione, tal Arrigo Gruppi, per indicare teppisti adolescenti che imperverserebbero appena dopo il tramonto. Nel mentre scriveva la sua autobiografia partigiana.

 

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Passarono due giorni e Sheldon sentì che, vivo, non poteva diventare più debole. Dovette rinunciare ai giri d’ispezione. La mortalità era di quattro al giorno, e i casi nuovi erano più numerosi delle guarigioni. I sani avevano la morte nell’anima.

 

Quando uno s’ammalava sembrava far di tutto per morire al più presto. Perdeva ogni energia, era

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convinto di poter morire, tanto che finiva per morire davvero. E quelli che stavano bene erano convinti di doversi ammalare anch’essi. Tosto o tardi il male doveva colpire anche loro, portar via essi pure.

 

Ciò nondimeno, per quanto non ne fossero convinti, non avevano l’animo di spazzare la fragile resistenza del bianco malato e fuggire da

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quel carnaio con le “baleniere”.

Come far la fotò a qualcosa che si inventa. Ma cosa c’è veramente da raccontare di una città che non si racconta. Lo sforzo di Tato di scrivere cose ormai fa rumore. C’è tanto di buio che entra, dalla finestra aperta. Video. Facciamo un bel video. Tutti d’accordo nel fare un bel video. Di cosa. Anzi no facciamo

 

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teatro magari un bel musical, che io canto. Che cosa. Allora facciamo una bella mangiata. Che ci fa bene. Alla salute.

Giorgio dormiva per terra, in mezzo alle piante della stazione; con in faccia il giubbotto per non prendere il sole. Eran le due di notte, eppure c’era ancora in giro un cretino che faceva le foto. A Giorgio che dormiva per terra. Quel cretino ero

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io. Veramente non ero da solo.

 

Comunque chiudevano anche gli ultimi bar. Passa l’Artista su bicicletta arancione e fotografiamo anche lui. Ci si parla di fighe, mere fantasie. Qualcuno dovrebbe dirle ste cose, ci fossero orecchie e non occhi dietro questo popò di persiane chiuse. Qualcuno dovrebbe

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insufflare i bambini, però senza circuirli,

Non havvi bagnino in codesta piscina.

Nel parco ci son viali e vialetti. Noi siamo lì che passiamo, il perché fatti nostri. Tutto è bene. Ma chi è quell’ometto dai calzoni calati che fa un discorsetto a quell’altro? Eh? Tutti anonimi questi omettini che

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vengono e vanno e ti girano attorno: tu oggetto misterioso loro no. Tutti col puloverino, chè la sera rinfresca, magari soltanto appoggiato alle spalle. Tutti anonimi soltanto di sera, tutti che si nascondono. A me più di tanto non me ne frega. Il fatto è che qui si nascondono tutti dietro le piante, dietro le persiane, dietro il bicchiere.

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L’importante è non si venga a sapere. L’importante è che non se ne parli.
N O V A R A!

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