Foto in sequenza di Mario Finotti

 

FOGLIO DI SALA

Benvenuti al Teatro di Momo.
Ho preferito incontrarvi in una sede non istituzionale, che non si trovasse a Novara, una città che non mi piace più come prima, una città che sembra aver dimenticato se stessa.

Molti di voi mi hanno fatto l’onore di leggere le cose che ho pubblicato precedentemente, in proprio, in modo autarchico, ad uso degli amici.
Vi ringrazio molto, soprattutto di essere qui stasera, alla
presentazione del mio primo romanzo pubblicato da un editore e presente in libreria attraverso un distributore nazionale.
Il titolo è:

“apparizioni del fuoco”
Con una non-prefazione di Paolo Taggi.

All’uscita troverete un banchetto; banchetto, per capirci, nel senso di piccolo banco apparecchiato con un certo numero di copie del libro, che avrò piacere di firmare e dedicare, per quanti lo vorranno.  Sarà l’occasione per salutarci personalmente, bevendo insieme un bicchiere di vino, con semplicità e amicizia.
Tutto questo avverrà al termine di

RAPSODIA


Ovvero, come dice il dizionario, componimento d’intonazione epica, cantato o recitato in pubblico.

di Marco Peressi & Piero Cella
Foto realizzate e montate da Mario Finotti

Con  un contributo in video di Sebastiano Vassalli.

Ci salutiamo dopo, intanto vi auguro buon ascolto.
Marco Peressi.

 

 

RAPSODIA

(Buio in sala)  Parte con la voce di Marco  la proiezione delle foto di Finotti

Questa serata costituisce  il pagamento in pubblico di un debito ideale.

Mi viene alla mente Blade Runner, il bel film di Ridley Scott, nel quale il Replicante impersonato da Rutger Hauer dice: Voi umani non potete neppure immaginare quello che ho visto, ho visto  astronavi  bruciare al largo dei bastioni di Orione, …. Oppure Allen Ginsberg, che, nell’ incipit celeberrimo di Urlo, scrive: Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia… e ancora altri. Anche io e Piero ne abbiamo viste di cose, e mi viene alla mente una poesia di un grande poeta dialettale milanese, Franco Loi,  tratta dalla raccolta “Voci d’osteria”, edito da Mondadori, nella quale canta:

Per vess inteligent ghe vor tri robb
Galera, uspedà, puttan in cà.
E ‘l rest l’è vess cujun del magnà tropp

Traduco per i non poliglotti: per essere intelligenti ci vogliono tre cose / galera, ospedale, puttane in casa / il resto è rincoglionirsi nel mangiar troppo…
Dicevo, io e Piero ne abbiamo ascoltate di storie, le abbiamo ascoltate dalla viva voce di splendidi, inconsapevoli interpreti, rapsòdi (così si chiamavano nell’antichità greca certi recitatori di canti, altrui o propri, certi raccontatori di storie…) che cantavano le gesta di qualche piccolo grande eroe domestico, di qualche donna trasformata in castigo, di fatti di sangue, di vite segnate da una fatica talmente grande da diventare eroiche. Di alcune storie siamo stati trepidi testimoni, di altre abbiamo avuto notizia, di qualcuna siamo stati protagonisti. Quando ho letto i versi di Franco Loi, ho capito subito cosa volesse dire, con quella terzina.
Questi magnifici racconti, ascoltati con il rispetto che si porta alle grandi storie, ci hanno fatti ricchi.
E’ vero, anche le storie piccole, minime, contengono in sé, spesso, qualcosa di grande, qualcosa fatto grande dal loro evolvere tragico, nel toccare una sfuggente verità, nella semplice autenticità di un gesto. Non sono storie innalzate e divenute vere soltanto per un processo di validazione dei Media. Non sono vere perché lo dice la televisione. Sono vere da sé. Perché sono storie che hanno una loro consapevolezza. Perché sono dentro di noi. Dicevo che queste storie ci hanno fatto ricchi.
Mi rendo conto che la stessa frase, cito testualmente ci ha fatto tutti ricchi risulti essere la stessa pronunciata da Fedele Confalonieri alludendo al suo rapporto con Berlusconi, e annotata in una sua intervista, e in seguito spesso ricordata, da Enzo Biagi. Ma voglio ripeterla ancora, per enfatizzarla maggiormente. Quelle magnifiche storie che abbiamo sentito raccontare, a cui abbiamo partecipato, di cui siamo stati testimoni, ripeto che  ci hanno fatto ricchi.
E alcuni ricchi, all’apice delle loro fortune, parlo di alcuni divenuti immensamente ricchi, prendono una parte delle loro rendite e le ridistribuiscono, magari per non pagare il fisco, magari attraverso una fondazione benefica.
Abbiamo ricevuto molto noi, io e Piero, e ci sentiamo particolarmente ricchi, tanto da voler restituire qui, a voi, questa sera, una piccola parte di ciò che abbiamo avuto generosamente. Vogliamo iniziare la restituzione di alcune di queste storie, talmente vere da non essere a volte credute del tutto, o ritenute fuori misura, ma che noi sappiamo esser vere, perché gli dei ci hanno permesso di vederle.
Siamo in due perché, nella ideale, dichiarata volontà di restituire il debito, utilizzeremo monete diverse, io la carta e la parola, Piero la chitarra e le sue canzoni. Canzoni e libro che, pur diversamente ispirati e declinati, sono sorprendentemente vicini e complementari. Insieme dipingono lo stesso affresco.
Ci saranno dunque letture, badate: non tratte dal libro, ci saranno canzoni. Cercheremo di ricreare alcune atmosfere. Cercheremo di condividere uno sguardo. Proprio per la delicatezza dell’operazione, vi preghiamo vivamente di non applaudire, o dissentire, se non alla fine della serata, allo scopo di non interrompere questa difficile condizione di precario equilibrio che cercheremo, da apprendisti stregoni, di ricreare. Grazie.
Nella speranza di farvi trascorrere momenti piacevoli, senza ulteriori preamboli, vi presentiamo: RAPSODIA o, come dice il dizionario, componimento d’intonazione epica, cantato o recitato in pubblico. Grazie

 

Cono di luce dall’alto. Entrano in scena Piero e Marco. Due sgabelli, leggii, chitarra, bombola gas

Basta adesso! Spegni sto affare! Domani lavoro, abbassa almeno il volume, sono le tre di notte!.... Piantala lì!.... Va’ chi vegni su e ta spachi i cornu! Almeno meta su un altar disco!.....Marsciòn d’un tisich…Mùcala!
E poi, via con ulteriori insulti e le ultimative minacce, i moccoli, le madonne, i sacramenti e i “crepa”. PIERO : Parte musichetta “ Quartieri” LA  - LA4 – La con mi

Eh……………….
Ma il Quartieri, il mio vicino di casa, casa di ringhiera, era un irriducibile, non cedeva mai. Ogni notte, all’ora più imprevedibile ma sempre quando gli altri dormivano, prendeva il mangiadischi e suonava  l’unico disco che aveva: quarantacinque giri. La filanda, cantata da Milva. Sempre soltanto quella, nel cuore della notte, a manetta.
Una di queste famigerate notti d’estate, a causa delle finestre tenute aperte per il gran caldo, il mio risveglio fu particolarmente brusco. Perciò scesi in cortile, alle tre di notte, in mutande, a piedi nudi. E con quanta voce avevo, pieno di rabbia in corpo, urlai, bestemmiando, verso la sua finestra. L’indomani avrei dovuto svegliarmi presto per andare a lavorare.
Forse non mi crederete, ma ricordo ancora la sensazione tattile della pietra, del porfido sotto i miei piedi ben piantati per terra.
La pietra è fresca d’estate e tiepida d’inverno, e quando non è levigata la sua porosità, materica, restituisce ai piedi nudi una carezza.

MI magg.   LA magg.  FA# min
C’era un cortile stretto e lungo, fatto di pietra, e il poco sole si imbucava dall’alto. Mio nonno tornava a casa dal lavoro e passava di lì.  ( durante il parlato continua la musica di fondo )

Io lo vedevo dalla mia finestra, passare svelto con addosso il giaccone di cuoio.
Un giubbottone nero con cintura in vita che qualche volta vidi addosso anche a te, e lo portavi bene.
Il riscaldamento, nelle case di ringhiera, era a legna o a carbone. Si andava tutti alla sciustra (che bella parola…..) a comprare casse di ovuli di carbone o legna tagliata. Chi era più povero della media comprava la legna in pezzi più grandi che provvedeva lui a tagliare, costava meno. Per questo gli ultimi arrivati, che abitavano al piano di sopra di tuo nonno, la spaccavano con l’accetta sul pianerottolo. E a tuo nonno tremavano i lampadari e cadevano le suppellettili. Bene. Fu così che da tuo nonno, imparai tutti i nomi con cui si può chiamare dio e la sua mamma, ovvero cosa dire alla sorte contraria.
Più che uno spirito laico. Quando è morto l’hanno bruciato e messo in cassetta, vicino ai socialisti e ai ferrovieri, nell’essenziale stipetto cinerario, su, vicino agli anarchici. Si è dissolto nell’aria di cimitero anche quel lungo numero tatuato sul braccio, che era un po’ orgoglio e un po’ pena, mai esibito e mai nascosto, semplicemente portato. Una specie di codice a barre di non so se Mauthausen o che.

INTRO di “ COME STO ? “ sol  mi-7  fa  re  ecc. (sul parlato base in sol magg. )

Tuo nonno Cesare era stato nel lager. Non ne parlava mai, qualche volta alludeva, accennava, ma non ne parlava mai: pudori antichi.
Non posso pensare che ci sia gente che neghi queste cose. Non voglio neppure pensarci.
Tuo nonno avrebbe potuto esser bruciato a Buchenwald, invece, quando è morto, è stato cremato qui, a Novara. Destino . Comunque adesso è nell’aria. Era scritto nel libro, che facesse l’ultimo viaggio attraverso un camino. Farsi bruciare, per lui, è stata quasi una vocazione. Qualche atomo di quel fumo, nulla si crea e nulla si distrugge, forse stasera è anche qui, svolazzante nell’aria. Forse qualcuno se lo respira. Che bello, Piero, che affascinante esperienza: forse respiro tuo nonno .

STOP MUSICA

Ma il nonno di tua figlia è vivo e vegeto! LEGGERA PERCUSSIONE CON LE DITA SULLA CHITARRA

Il nonno di tua figlia, nonno Enzo, era comandante partigiano in val Varaita.
Non posso accettare che ci sia qualcuno che oggi dica che erano banditi. Perché Banditen era scritto sul cartello che i nazisti mettevano al collo dei partigiani.
E nemmeno posso accettare che chi combattè per la libertà sia equiparato a chi fu alleato di Hitler e promulgò leggi razziali. L’è mia la stesa roba… Non è la stessa cosa.
Oggi il nonno di tua figlia, nome di battaglia: Bellini, ha fatto i suoi anni, ma tua figlia lo spiegherà, ai suoi studenti, che cosa fu la guerra sui monti, anche se cambieranno i libri di storia. Anche se il tempo sarà lontano.

Lettera al nonno della figlia di Piero, scritta successivamente alla pubblicazione della sua biografia partigiana curata dalla nipote Michela, e presentata all’Istituto Storico della Resistenza di Novara.

MI magg. Blues stoppato (seguire il parlato con il volume di esecuzione)

 07/06/2008
Caro Enzo,
ancora una volta ho mancato. Ieri avrei voluto sottrarti all’abbraccio mortale del saluto del politico di turno, al tentativo di “impagliarti”, così come si fa  con gli esemplari più rari e li si espone in vetrine destinate a raccogliere polvere, magari inseriti nel diorama della Val Varaita. Stai sereno, vigileremo perché questo non accada. Tornando a ieri, alla presentazione del libro accudito e voluto dalla tua nipotina Michela, un po’ per la commozione che inaspettatamente mi ha colto, sono rimasto in silenzio a fare il pesce in barile. Così ti parlo ora.
Caro Comandante Bellini, certamente non te ne ricorderai, ma parecchi anni fa ebbi a dirti una cosa che mi è rimasta nel gozzo. Appartengo a quella parte di noi cresciuta, tra l’altro, a resistenza e antifascismo. Tu sai che la mia giovinezza è cominciata con piazza Fontana e che sono stato fatto più uomo nei successivi, sanguinosi e bui, anni settanta. Voglio ricordare quel giorno nel quale parlavamo del mondo dopo avere stappato una delle tue bottiglie. Eravamo, se il ricordo non mi fa degli scherzi, nel tritacarne a cavallo tra i settanta e gli ottanta, e durante uno di quegli apertissimi scambi di idee mi rivolsi a te pronunciando alcune parole stonate, che, col senno di poi, non avrei voluto dire: annunciando urbi et orbi di essere stufo della (STOP MUSICA)  “retorica resistenziale”. (RIPRESA MUSICA)  Sì, dissi proprio “retorica” conoscendo benissimo il significato della parola. Ricordo la risposta che da te ricevetti: muta, sorpresa, addolorata; pur nel rispetto delle idee dell’interlocutore, civile rispetto per gli altri che non ti ha mai abbandonato. Ma ti voglio dire oggi, caro Bellini, che quello sguardo, quel tuo dolore privo di rimprovero, mi hanno fatto spesso compagnia. Ma io, nonno Bellini, non riesco davvero a cancellare quel giorno in cui un giovane un po’ arrogante, si intende l’arroganza dei giovani che reclamano il loro protagonismo, si rivolse al Partigiano tacciando lui e i suoi compagni di “retorica”.
Se la commozione non mi avesse ieri frenato, ieri ti avrei chiesto, irrobustito dall’ umiltà degli anni, di perdonare quel giovane. 
Vorrà dire che quando uno dei miei figli, ancora senza capire, si rivolgerà a me nello stesso modo, lo guarderò in silenzio negli occhi, come da te ho imparato, e sarà il mio modo di sdebitarmi con il comandante Bellini e con nonno Enzo.
Tutto il mio affetto, la mia considerazione, la mia gratitudine,  Marco.

RITORNELLO BELTRAMI FISCHIATO ( LA min )

( Musica dilatata in LA min sul parlato)

Sai, caro Piero,quando l’occasione ci è grata ed affiorano certi frammenti della nostra vita, così come ci capita, a volte, di fare, se c’è un sentimento che sento non appartenermi è proprio la nostalgia.
Piuttosto una forma di pudore misto al piacere di esserci ancora ed aver potuto vedere qualche piccola cosa del mondo… La memoria dei fatti e delle emozioni può essere feconda nell’atto di trasferirla ad altri, e si fa spesso, inconsapevolmente, durante quei privati o pubblici Memorial nei quali ravaniamo sul fondo dell’esperienza perché altri possano, se lo vogliono o lo vorranno, servirsene al meglio. Tutto qui.

(MUSICA SCALATA GITANA IN MI LENTA ARPEGGIATA )

Fu in uno di quei Memorial che irruppe improvviso il ricordo di Mauro Lazzarino, sedicente sinto-gagè. Ogni volta che ci accompagnava ai baracconi, diceva a bassa voce qualche incomprensibile parola nella lingua degli zingari, che evidentemente conosceva, e il giostraio ci regalava gettoni a piene mani per l’autoscontro. Nel raccontarlo, Piero mimava il gesto dell’offrire ad altri qualcosa, tenendo le mani come una immaginaria coppa, o meglio, una cornucopia fantastica.
Suonava qualsiasi chitarra, magari con quattro corde su sei, o con il Mi cantino arrugginito annodato alla meglio, certe chitarre con corde afone e dure da farti sanguinare le dita, che nelle sue mani letteralmente resuscitavano meglio di Lazzaro.

INTRO TORNANDO A CASA SOL MI-7 FA scalata ecc. fino a fine ritornello (continua stessa musica dilatata sul parlato )

Restavamo a sentire e ci meravigliavamo a osservare giri d’accordi ai più sconosciuti, impressi con precisione e con grande mobilità di scattanti falangi, forti e affusolate, e scandendo ritmi perentori e cadenze che non ammettevano distrazioni.
Stava al centro del manico, correndo lungo non più di tre o quattro capotasti, a volte piroettando improvvisamente lo strumento, a volte percuotendolo con il pollice, come una cassa che faccia da contrappunto alla precisione della pennata. Il repertorio poteva andare da “La Giblon sul festival”  a Django Reinhardt, da Giovannino D’Anzi a Paul Anka, dalla Bossa Nova a Little Tony o Boris Vian o sconosciute arie gitane.
Anche il pezzo dall’accompagnamento più semplice e rudimentale, in Do e Sol7, diventava un intreccio di scale toniche, diminuite, quinte o terze ed altre diteggiature non ancora svelate o comprese. La sua disarmante evasività alle nostre domande “tecniche” su quale accordo fosse quella o quell’altra saettante posizione delle dita era giustificata dalla adozione di un collaudato metodo pedagogico: il “mestiere” bisognava rubarlo, era necessaria quella fatica fatta a memorizzare e subito e per giorni provare e riprovare, fino a quando Lui ci avrebbe forse corretto con l’aiuto di un cenno, con una mezza frase, con uno sveltissimo esempio o, più semplicemente, un indizio durante una nostra coraggiosa esecuzione al suo cospetto.

INTRO PARLAVAMO DI NOI  ( DO con MI  RE con FA ecc. compreso ritornello )
sul parlato continua stesso tema dilatato

Ci forniva inoltre una specie di severa consulenza, a scopo formativo, sulle donne. E’ evidente che degli acerbissimi maschi non potessero che prestare attenzione con gratitudine a chi li poteva ben consigliare su come approcciare, guardare, stimare, capire, dire fare baciare e amare le donne, magari con la messa a disposizione di piccanti vicende di vita vissuta, senza mai fare nomi, indenni da qualsiasi volgarità, anche soltanto lessicale, cose da veri gentiluomini. Tale processo di formazione sarebbe poi continuato per mezzo del Luis Culanda o del Bruno di Invorio.
STRADA  in SOL

C’E’ UNA STRADA DRITTA CHE
PORTA A CASA TUA
TAGLIA NETTA LA PIANURA
UNA FERITA NELLA CAMPAGNA

SU  UN BINARIO STESO AL SUO FIANCO
RIPOSA DA NON SO QUANTO
UN TRENO MERCI VUOTO
UN BUON PRESAGIO PER UN VIAGGIO

E TU AMORE ABITI LA’
AL CENTRO DELLA PIANURA
NEL BEL MEZZO DEI MIEI PENSIERI
E PER LA LUCE CHE MI DAI
TI VORREI RINGRAZIARE
PER QUEL BATTITO DI ALI
CHE MI FA ANCORA VOLARE
MI SENTO VIVO FRA LE TUE COSCE
MI SPECCHIO M IGLIORE NEI TUOI OCCHI
E AVREI VOGLIA DI ESSERE PIU’ GIOVANE
PER FARTI ANCORA INNAMORARE

Questo Bruno di Invorio appariva al Grappolo d’Uva, Trattoria da Remo e Alloggio, meglio conosciuto come “Dalla Luigina”.  Bruno si sedeva a un tavolo e cantava, accompagnandosi con la chitarra, tutto Fabrizio De Andrè. ( STACCO CENTRALE DI YOLANDA SOL LA DO seguire necessità narratore)Noi conoscevamo qualche motivo, ma i più fu Bruno che ce li fece ascoltare, con esecuzioni davvero perfette. A conferma delle sue doti, esibiva un tatuaggio sul braccio sinistro, dico un tatuaggio artigianale ad aghi, uno di quelli fatti con la china e il mazzetto di aghi legati con lo scotch e battuto da un amico esperto, o che diceva di esserlo, raffigurante una chitarra, che ne validava capacità e funzione sociale.

Poteva andare avanti a cantare e suonare per ore, e noi per ore e ore ad ascoltarlo, bevendo un liquido, forse derivante anche da uve, chiamato “frizzantino”, bevanda di cui facemmo largo e scellerato consumo a guisa di assenzio  dei poveri.
Ogni sera, dopo le dieci, la vecchia infreddolita zia della Luigina prendeva posto accanto alla stufa e, scialle sulle legnose spalle e sigaretta in bocca, guardava il Bruno negli occhi e a bassa voce ordinava: “Fai quella che piace a me”. Bruno eseguiva con un cenno di assenso del capo, intonando Via del Campo, mentre la zia si commuoveva fino alle lacrime, si asciugava gli occhi, e senza guardare in faccia nessuno dei presenti, in silenzio si alzava e andava al piano di sopra a dormire.
Poiché tutte, ma dico tutte le sere che c’era il Bruno che suonava succedeva la stessa cosa e allo stesso modo, mi ero convinto che fossero repliche di una solenne rappresentazione di qualche vecchia storia d’amore impossibile da celebrare altrimenti, perché non raccontabile, per qualche ignoto motivo forse gravata da qualche doloroso segreto.
Un segreto d’amore…

 

RUMORE DI FONDO in RE

 

 

RUMORE DI FONDO in RE

IL RUMORE DI FONDO DELLA CITTA’
CONFONDE IL FRAGORE DEL CUORE
ATTUTISCE IL SUO BATTERE DISORDINATO
SUGGERISCE TIMIDE URGENZE
BISOGNI TIEPIDI E QUALCHE BANALITA’
COSE GIUSTE PER VIVERE UN SOGNO
MA IMPOSSIBILI PER LA REALTA

E’ COSI’ CHE MI SCAPPA LA VITA
NEL POMERIGGIO CHE DIVENTA SERA
QUANDO MUSICA E MALINCONIA
SCIVOLANDO SUI VETRI BAGNATI
CON LA PIOGGIA SI  PORTANO VIA
TRE RICORDI APPESI AL MURO
E DUE OCCHI TROPPO BELLI

NELLA CENERE DELLE SIGARETTE
TRA LE NUVOLE DI FUMO
VEDO DI NUOVO I VISI
O FORSE NON HO VISTO NIENTE

E’ COSI’ CHE MI SCAPPA LA VITA
NEL POMERIGGIO CHE DIVENTA SERA
QUANDO MUSICA E MALINCONIA
SCIVOLANDO SUI VETRI BAGNATI
CON LA PIOGGIA SI  PORTANO VIA
TRE RICORDI APPESI AL MURO
E DUE OCCHI TROPPO BELLI

Chi non ha un segreto d’amore che non ha mai confessato a nessuno?
Lei, anche lei? Intendo un desiderio segreto, un’ amore non ricambiato?
Una infatuazione impossibile?  Lei ce l’ha una stanza d’albergo nella memoria?  Un sms trattenuto nel cellulare? Una lettera in un cassetto? Una foto? Ma anche, soltanto, un desiderio mai realizzato…….
( Arpeggiato lento in RE  SOL )

APPARIZIONI DEL FUOCO narra una di queste piccole grandi storie, parla di una grande passione senza alcuna speranza, del suo struggimento.
Ma come si fa, oggi, a parlare di amore senza sentirsi inadeguati e goffi, magari un po’ anche fuori posto, o fuori dal proprio tempo? Dai valori di oggi, così apparentemente diversi da quelli di ieri? Ci vuole fegato, ci vogliono…….
 
Abbiamo scelto di essere qui, in due, per sostenere insieme il rischio di raccontare un amore. Perché raccontare un amore è un rischio. Per farlo è meglio partire da una base molto solida, tenere le spalle al muro, essere forti di una amicizia, magari come la nostra. Ci sono persone che vivono l’amore come in un sogno, PIERO : Parte musichetta “ Quartieri” LA  - LA4 – La con mi
 e…
Sì….sognare…..dormire…..ma come cazzo si fa a dormire con quello lì che suona il mangiadischi a tutto volume, con le finestre aperte. Non basta questo caldo impossibile? Assaliti dalle zanzare? …..
No. Anche quella notte il Quartieri non smise di suonare il suo disco di Milva, a tutto volume, con le finestre che via via, a una  a una, si illuminavano, si accendevano ... Io ero piantato lì, nella notte d’estate, in mutande, piedi nudi, a inveire in cortile, in direzione della finestra del secondo piano, verso la stanza che era già stata della Barese..
Il Quartieri si affacciò, le braccia ad anfora, in canottiera. E con la sua voce cristallina e flautata, con il consueto garbo mi apostrofò così :
  ( STOP MUSICA)
Cusa ghè?

( Leggera musica dilatata in SOL  - seguire  narratore)

Eh già, era meglio, molto meglio quando, in quella cornice di finestra, appariva la figurina della Barese : almeno quella non faceva casino.
Aveva un aspetto molto comune,portava occhiali spessi, a causa di una forte miopia.
Era una donna goffa, bruttina, vestita dimessa, taciturna, l’andatura incurvata e sottomessa..
Pensavo avesse trentacinque, quarant’anni, invece non aveva neanche vent’anni.
Il persistente odore del soffritto di cipolla proveniente dalla sua piccola abitazione, segnalava intorno all’ora di pranzo la sua presenza.
Quando il profumo di cipolla e pomodoro invadeva gli androni, le scale, quando sembrava impregnare i muri dall’intonaco sbrecciato, soltanto allora si poteva essere certi che fosse in casa, dentro alla sua vita ritirata.
Una donna discreta, dalle abitudini claustrali.
Per amore del marito, per mantenere lui  e i suoi numerosi fratelli, e dunque cognati,  faceva la vita, ma nessuno lo sapeva.
Io lo seppi soltanto il giorno che vidi la sua foto sul giornale.
Aveva una vita segreta, che nessuno di noi conosceva.
Fu uccisa di notte,in una strada mandrogna, con un colpo secco di rivoltella.
Come in una canzone di Jannacci…


A volte l’amore è spietato, complicato, folle, a volte persino criminale.

NOTTE IN RISAIA ( in SOL )

COSA STIAMO PERDENDO
COS’E’ CHE CI SFUGGE DALLE DITA COME SABBIA
GUIDANDO NELLA NOTTE FRA TERRA E CIELO
SILENZIO E STELLE E VETRI ROTTI GIU’ NEL CUORE
FORSE MIRAGGI DEL TEMPO
PORTATI DA UN ALITO DI VENTO

CERCARE LE PAROLE PER SPIEGARE
QUESTO CAMMINARE SU UN FILO TESO MALE
SENTIRE IL BISOGNO DI CALMARE
LA FEBBRE E UN MALESSERE CHE NON VUOLE PASSARE
TENTARE DI FARE L’APPELLO
CON NOMI VIVI SOLO NELLA MEMORIA

REDUCI DA NIENTE
REDUCI DA TANTO
SOPPRAVVISSUTI A NESSUNA GUERRA DICHIARATA
A MANI NUDE CONTRO LA VITA
E SOLO TANTA VOGLIA
MA PROPRIO TANTA VOGLIA DI VIVERE

REDUCI DA NIENTE
REDUCI DA TANTO

PORTATI DA UN ALITO DI VENTO

Al ballatoio dell’ultimo piano, abitava un’altra creatura.
Non so, non mi è noto, non ho contezza di come la Pina, (TEX MEX LENTO IN DO partenza dall’ultimo capotasto)  che occupava con il marito e i figlioletti parte della ringhiera del terzo piano, somministrasse a terzi le sue muliebri disponibilità. Voglio dire a chi, in quali occasioni, facesse di sé ampia dissipazione. Tuttavia il marito siciliano, che l’aveva innocentemente impalmata, esprimeva apertamente a tutti i vicini il suo disagio con parole forti. Non si poteva certo fare a meno di ascoltare, considerati volumi e toni, le sue perfette considerazioni sullo stato dell’arte.
Pina era donna giovane e fresca, di mentalità aperta, incline e prodiga. Non nascondeva nulla di sé: mentre stendeva i panni ad asciugare, là sopra, non era difficile, stando in cortile e alzando lo sguardo, ammirare il ciuffo bruno della sua grazia. Spesso, infatti, non portava biancheria. Sorrideva sempre, e aveva una vitalità che solo certe donne del sud sanno incarnare. Indossava sguardi senza malinconie, pieni di vita. Aveva una risata fragrante e voce intrisa di colore e sfumature. Aveva. (STOP MUSICA)
Il marito infatti non perdonò, e soprattutto non resse.
( ARPEGGIO APERTISSIMO E DILATATO IN LA4 )
Trafisse a morte la Tina, più volte, di coltello, da perfetto manierista. Forse un’ultima simbolica riappropriazione di un corpo amato, una furiosa, definitiva rappresentazione a se stesso del coito, una penetrazione a morte con la protesi metallica del suo pene: la celebrazione del triste rito dell’impotenza. Lo scialo di una vita.
Due figli piansero a lungo, presenziando al processo intentato al padre per uxoricidio.

DUE  RAGAZZI

 

 

DUE  RAGAZZI

DUE RAGAZZI OCCHI BASSI
DAVANTI ALL’AULA DEL TRIBUNALE
CUORE GONFIO DI PENSIERI
IL SUONO ROTTO DALL’ULTIMO SILENZIO

APPOGGIATI AL MURO SPENDEVANO
IL SENSO SE C’ERA DEL DESTINO
VEDEVO GLI OCCHI CHE CERCAVANO
GLI INDUGI DI CHI NON VUOLE PARLARE

PARENTI DELLE DUE PARTI
IGNORANDOSI LI SEGUIVANO CON GLI SGUARDI
PIU’ IN LA NELL’AULA DEL TRIBUNALE
C’ERA UN PADRE COLPEVOLE TRA LE SBARRE

AVEVA UCCISO PER ONORE
SUA MOGLIE E UN LADRO D’AMORE
E CI SONO DEI GIORNI CHE E’ DIFFICILE TROVARE
LE PAROLE E UN SENSO PER CONTINUARE

VOSTRO ONORE SOLO QUEI DUE RAGAZZI
NON SONO BASTATI A FERMARE
QUELLA MANO RAPIDA CHE HA AMMAZZATO
MA SIGNORE A QUEI DUE RAGAZZI

CHI VORRA’ E RIUSCIRA’ A SPIEGARE
CHE QUELL’ UOMO TRA LE SBARRE E’ SOLO UN UOMO
E CHE IN UN UOMO NON SI PUO’ CONCENTRARE
TUTTO IL MALE CHE IL MONDO SA CREARE

ORA SIGNORE
CI SONO SOLO
DUE RAGAZZI
E UN GIUDICE…… CHE DEVE PENSARE
( LEGGERO ARPEGGIO IN LA4 APERTISSIMO)

 Amare, a volte, è davvero impossibile. E forse per questo, anche raccontare un amore è sempre una cosa difficile. Per farlo ci vuole una atmosfera confidente, uno studio-biblioteca all’inglese, con tanto di boiserie, una serata davanti al caminetto con l’oropilla in mano, i cani accucciati sul tappeto, avvertire lo scrosciare della pioggia, il suo picchettare sui vetri, il silenzio……

PIERO : Parte musichetta “ Quartieri” LA  LA4  La con mi
Seguire il ritmo del narartore

Ma quale silenzio?..... Era stato attraversato come da una scarica elettrica e non potevo più dormire, ci pensava Milva a tenermi sveglio, in un loop continuo, in una tortura infame, con lo sghignazzo del Quartieri che si levava nella notte, più in alto della luna e delle urla e delle proteste mie e degli altri, più forte di tutto……….
Il Quartieri era davvero irriducibile, e alle tre di notte circa, in una serata d’estate, dominando dall’alto del secondo piano il sottoscritto,impalato senza scarpe, senza parole, in pudica mutanda, il Quartieri scomparve alla mia vista soltanto un attimo, e ricomparve alla finestra del secondo piano con la bombola  del gas, una bombola come questa, e…

Marco solleva la bombola sulla testa e si sporge verso il pubblico

…sollevandola in aria, sopra la testa, si protese al davanzale barcollando paurosamente.
Ebbi soltanto il tempo di pensare: non avrà mica intenzione di gettarmela addosso…, che dal secondo piano STOP MUSICA il Quartieri scagliò la bombola verso di me.
Marco mima l’atto di gettare la bombola sul pubblico
RIPRESA MUSICA
Pensai che sarei morto appena la bombola avrebbe toccato terra.
Pensai che la bombola sarebbe esplosa, tirando giù tutto il palazzo.
Ma la bombola sarà sicuramente vuota,  avevo pensato …
Tutto ciò lo pensai in un nanosecondo, mentre con un felino scatto di reni indietreggiavo di un passo.
La bombola cadde un passo davanti a me, all’urto si ruppe la valvola e il gas…( FISCHIO GAS )Rumore di aria compressa che viene liberata
 
…prese ad uscire violentemente, saturando l’aria in un attimo. La bombola, infatti, era piena.
Pensai che sarebbe avvenuta l’esplosione con un boato immenso, che sarei rimasto sepolto dalle macerie, che in testa mi sarebbe caduto il palazzo, il letto con i miei genitori, mattoni tegole e travi, il Fanco Barra e la sua famiglia, e sul cumulo delle macerie, per ultimo, sarebbe piombato il Quartieri, ancora vivo e tignoso, col mangiadischi in mano ancora gracchiante .
Pensai che la bombola sarebbe scoppiata e sraei morti lì, alle tre ni notte, a piedi nudi e in mutande.
La bombola non scoppiò, ma fu lì, fu allora che iniziò la mia insonnia.
Fu da quella notte che iniziai mio malgrado a guardare meglio dentro alle cose, ad addestrare il mio sguardo interiore. Da quella notte non dormii più come prima, da  allora le mie notti sono spalancate, visionarie,  affollate di immagini, splendidamente insonni. Sono diventato un’antenna, che capta voci lontane.
Al mattino gli occhi mi bruciano, ma sono occhi che, pur essendo affaticati e stanchi, sono saturi di immagini, attoniti, pieni di meraviglia, sono occhi che hanno visto…. molto…
OCCHI in LA MIN
MI CHIEDI
DEI MIEI OCCHI STANCHI
MA LO SAI QUANTE NOTTI BIANCHE
E QUANTE SIGARETTE
CI VOGLIONO
PER GUADAGNARE OCCHI COSI’
(ARPEGGIO IN LA min in levare con giro sui bassi)
Sì, ci vogliono Occhi così per guardare il mondo, per testimoniare le vite delle donne e degli uomini comuni, che non vivono nella gloria dei Media, quelli veri, che non hanno notorietà, non lasciano traccia, ma soltanto una foto porcellanata.  

La storia narrata in APPARIZIONI DEL FUOCO è una storia vera, o per dire meglio, ricalcata su una storia vera.
Come quando, da bambini, si prendeva una moneta, vi si appoggiava sopra una carta velina, si prendeva una matita e si fregava sulla superficie in rilievo, e appariva una sagoma, che non era più la moneta, ma un disegno a carboncino. I francesi chiamano questa tecnica  frottage.
APPARIZIONI DEL FUOCO è una storia che parla di una violenta e, fatale separazione tra due giovani amanti, e di un mondo, a tratti riconoscibile, fatto di luoghi e persone. Parla di un amore in modo disperato, come si fa in certi tanghi, o in certi blues. 
Per questo spero  vi piaccia. (STOP MUSICA)

Prima di andare verso la conclusione, permettetemi di ringraziare in particolare una persona : PIERO : Parte musichetta “ Quartieri” LA  LA4  La con mi
permettetemi di ringraziare  il mio vicino di casa, il Quartieri, perché se la mia sorella insonnia mi ha fatto appoggiare l’orecchio alla conchiglia del cuore, molto lo devo a lui.
Grazie Quartieri per non avermi fatto più dormire da allora.
Ma, per un innato senso di giustizia, certo non posso dimenticate, e quindi omettere, che tu sei stato anche una bella rottura di palle, avevo un tale sfoggiare di occhiaie al mattino…… ma mi considero risarcito soprattutto per un fato: perché io sono vivo, e tu no. Tè!

Ma non voglio essere cinico.
Quella sera, la notte della bombola, finì con una grande kermesse : il cortile si riempì di vigili del fuoco, carabinieri, guardie notturne, equipaggi delle volanti, il Graziano che passava di lì, grandi scalpiccii, grande vociare, gran confusione……
Mentre i poliziotti redigevano verbali e il Quartieri piagnucolava e pietiva in una collaudata , rodatissima ed efficace  difesa, il più inesperto dei poliziotti, il più giovane, pensando di rendersi utile, raccolse la bombola e la riportò al secondo piano, senza il bene di un grazie da parte del Quartieri, troppo impegnato a simulare  una crisi di pianto e disperazione esistenziale recitando la parte del poverino. Così andò. Punto.
 ( STOP MUSICA ):

  

 

Io, dal mio canto, avrei preferito che l’epilogo fosse stato diverso.
Avrei preferito che il Quartieri si fosse affacciato e mi avesse detto, con la sua voce cristallina e flautata :
Neh, marco, mi fanno male le gambe. Faccio fatica a fare le scale…
Avrei potuto rispondergli :
Ho capito, Quartieri, ho capito, te la riporto su io la bombola….
Inquilino della mia mente…..


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Se facciamo del cuore una conchiglia vuota, vi sentiremo il mare, ma forse potremo ascoltare una musica mai udita dalle nostre orecchie, e neppure dalla nostra anima .(Lucilla – voce registrata)

FISCHIA DA LONTANO In DO

HANNO SCIOLTO I CANI
NEL SILENZIO DELLA SERA
E LA CAMPAGNA
E’ PIU’ CALDA CHE MAI

ALLA PRIMA LUCE
DELLA LUNA NUOVA
PROVERO’ A FISCHIARE
IL MOTIVO CHE SAI

FISCHIA DA LONTANO
ANCHE UN TRENO CON ME
SE LASCIO STANOTTE
NON VINCERO’ MAI

C’HANNO RUBATO
TUTTO QUANTO ANCHE SE POI
DI COSE IMPORTANTI
CHI NE HA AVUTE MAI

E’ RIMASTO IL TUO CUORE
A CERCARE CON ME
PAROLE NUOVE
PER CANTARE CON TE

FISCHIA DA LONTANO
ANCHE UN TRENO CON ME
SE LASCIO STANOTTE
NON VINCERO’ MAI

 

FISCHIA DA LONTANO
ANCHE UN TRENO CON TE
SE LASCI STANOTTE
NON VINCERAI  MAI

FISCHIA DA LONTANO
ANCHE UN TRENO CON NOI
SE LASCIAMO STANOTTE
NON VINCEREMO  MAI

(PICCOLO ARPEGGIO APERTISSIMO IN DO)

Questa sera abbiamo voluto evocare un mondo, un profumo di cose e persone autentiche, dare alcune suggestioni utili a capire un mondo motore e generatore di storie.  E’ da questo mondo, da questo sguardo, quelli che la san lunga potrebbero definirlo di pietas, di compassione, che nasce  APPARIZIONI DEL FUOCO, una piccola storia vera.
Un caldo, affettuoso, rinnovato invito a leggerlo e a farlo leggere, magari anche ai vostri figlie lo vorranno……Figli, nostri e vostri, ai quali dedichiamo l’ultimo pezzo:

 

 

 

SAREBBE STATO MEGLIO PIEGARCI

Forse sarebbe stato meglio piegarci
Forse
Oppure partecipare al banchetto
Forse ma ribellarci no

Meglio sarebbe stato
Tagliarci la pancia
Alla moda dei giapponesi
Metterci i visceri in mano

E come un parto cesareo
Partorire grovigli di vermi
Verminai di dolore
Noi maieuti della gangrena

Treblinka negli occhi dei padri
Tracce di orrore nel nostro sangue
La storia dei partigiani
Era il nostro colesterolo

Ci hanno raccontato la guerra
La fame l’umiliazione dei vinti
Poi qualcuno ha versato nei cuori
Canzoni venivano di la dal mare

Le canzoni producevano sogni
Ci hanno trasformato in giganti
Il fiume era grosso
Andava al mare impetuoso

Non avessi udito io quel canto
Non avrei messo al mondo dei figli
Come han potuto generarmi
Al tempo dell’atomica

 

Noi come pazzi febbrili andavamo
Perché era il canto della giustizia
La giustizia tanto invocata
Ci attendeva per consolarci

Ora siamo franti e battuti
Imploriamo
Ridateci i nostri volti
Ci avete ormai preso tutto

Era forse bottino di guerra
Ridatemi la mia sembianza
Restituitemi la mia faccia
Confezionata in un ventre d’amore

Ridatemi il volto
Benedetto dal dio della madri
Fate che sia proprio il mio
Non scambiatelo con quello di un altro

E non fate del male ai nostri figli
Non li abbiamo battezzati
Con l’acqua della fede
Non ci piaceva quel dio castigamatti

Nessuno ha insegnato loro a pregare
Sono fragili e soli
Ci guardano muti

Ci chiederanno soltanto
Perchè c’e’ il dolore
Tra i loro giocattoli
E quella trottola che li ubriaca

Perdonateci figli
Se non vi abbiamo comprato il cielo
Ma vi abbiamo messo ai piedi
Un bel paio di scarpe robuste.

 

(luci accese e saluto al pubblico)

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